Approfondimenti

5 Giu 2016

Considerazioni (dissenzienti) sull’archetipo di bellezza in Mishima Yukio

/
Posted By
/
Comments0

di Virginia Sica
docente presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano

E’ noto come il modello globalmente acquisito riguardante lo scrittore Mishima Yukio sia, di volta in volta, associato ad una personalità complessa, fluttuante fra genialità e disagio psichico; alla presunta teorizzazione di un’anacronistica ideologia nazionalista di ispirazione politica di destra; infine, ad un esponente della letteratura della misoginia.
Di certo lo stesso Artista ha ampiamente contribuito a suffragare questi aspetti, consolidandoli in seguito con la coreografia e la sceneggiatura scelte per il proprio suicidio. Tuttavia, nonostante la forza d’urto e il potere di convincimento che Mishima ha impresso a molti scritti e alle proprie azioni degli ultimi anni, il modello corrente appare riduttivo, perché scorretto sul piano della valutazione artistica globale.
Corresponsabili di questa cristallizzazione del personaggio sono l’editoria internazionale e gli studi di letteratura e di critica letteraria, statunitense ed europeo. La prima perchè, per tutto il decennio successivo alla morte dello scrittore, per le nuove traduzioni scelse di privilegiare quelle opere che avessero un nesso di presunzione ideologica, perché questa strategia solleticava la curiosità del pubblico e l’incremento delle vendite.
Il mondo degli studiosi, dal canto suo, almeno fino agli anni ’90, continuò ad avvertire una distanza pregiudiziale dallo scrittore, chiudendosi in un prevalente silenzio-assenso, che tacitamente autorizzò una strumentalizzazione ideologica dello scrittore, nel quadro dell’annosa e obsoleta classificazione di letterati ed intellettuali che fossero ascrivibili “a destra o a sinistra”; schieramenti intesi come universali, noncuranti della contestualizzazione storica e culturale.
Ne conseguì che fu immolata la poliedricità dei temi e delle forme d’espressione artistica che avevano informato Mishima nel corso della sua prolifica carriera; la vasta produzione teatrale, sensibile di una sperimentazione inesausta, si limitò a pochi titoli; la saggistica di natura squisitamente estetica andò misconosciuta. Ne dipese un’infondata percezione di ciò che andava ripartito fra “opere maggiori” e “opere minori” e fra opere appieno rappresentative dell’artista e quelle da considerarsi espressioni di uno specifico arco temporale. Il risultato fu che si invogliò una lettura unidirezionale, dai toni esotici, che consegnava Mishima (come già prima il Giappone con la sua storia, da un non precisato feudalesimo fino agli eventi della Seconda guerra mondiale) all’archetipo di una razza di samurai e kamikaze, uomini d’onore e d’armi, sprezzanti della morte cruenta.
In Italia, allo stato attuale delle cose, la lungimiranza di alcune case editrici (che dagli anni ’80 hanno moltiplicato le traduzioni dal giapponese) e maggiore attenzione e maturità del pubblico lettore, consentono uno slittamento percettivo e critico, tuttavia afflitto da lentezza, giacché il modello consolidato si muove di un moto rotatorio su se stesso, siccome intramontabili risultano i miti collettivi che esso rinnova.
Come esempio che valga per tutti, ancora il 19 settembre 2007, sul CORRIERE della SERA, appariva una recensione di Stefano Bucci al libro Omosessuali di destra di Marco Fraquelli (Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2007), dal titolo sconcertante “La destra ora scopre il suo lato gay. Le fratellanze di Mishima, i festini di Göring, le amicizie di Peyrefitte e Brasillach”. Campeggiava quindi la foto abusata dello scrittore in costume adamitico, hachimaki, mascella contratta e spada in pugno. Infausto destino questo, di un artista candidato al Premio Nobel per la letteratura e ripetutamente strumentalizzato sul fronte della pseudo-politica e del ricorrente quanto sterile indagare sull’identità di genere.
Ed è proprio la reiterata querelle sull’identità sessuale alle origini dell’imputazione di misoginia (perché avvertita come scontata la correlazione con l’omosessualità). Mi è stato contestato da un giovane studioso e attento osservatore che la qualifica di “scrittore misogino” sia da intendersi a carattere classificatorio e non denigratorio. Sono infatti scrittori misogini, nell’ottica della critica letteraria europea, Euripide, Wilde, Proust. Ma la garbata contestazione mi appare come fin troppo colta, e ascrive a certi articolisti e critici dall’indole autoreferenziale una maturità letteraria che non sembrano avere ….
Anche l’archetipo di bellezza ascritto a Mishima risente di tutti i luoghi comuni fin qui citati, e si è cristallizzato in pochi abusati binomi, con aspetti virili sconfinanti nel machismo, e la predilezione omosessuale.
Mishima, invece, è stato letterato e studioso di rara ricercatezza, animato da una ricerca inesausta e poliforme. E la concettualizzazione della bellezza espressa nella sua produzione letteraria, non si circoscrive alla personale percezione di bello (a cui dedicherà molti interventi, tra cui il Bunka bōei ron (Saggio sulla difesa della cultura, 1968) ma si modella sulle varie – anche discrepanti – tipologie umane, narrate e scandagliate in tutte le sue opere. L’Autore, infatti, non cede alla tentazione di autocelebrarsi nella narrazione autobiografica, ma svolge il fil rouge della Bellezza secondo le innumerevoli espressioni della natura umana, anche nei suoi aspetti meno convenzionali.
Uno spunto è costituito dalle tre pellicole cinematografiche tratte da suoi romanzi e proiettate in occasione di “40 anni senza Mishima” all’Istituto giapponese di cultura in Roma (Ai no kawaki, Enjō, Haru no yuki).
Nel primo (Sete d’amore, 1950), la bellezza è un modello primordiale e inafferrabile che sovrasta e agita il caos dell’intelletto. Come se il pensiero risentisse della perdita di una verginità precedente al peccato originale della conoscenza. Tuttavia, indifferente per formazione culturale alle istanze cristiane, il modello richiamato è quello ellenistico, più chiaramente espresso nel successivo Shiosai (Il suono delle onde, 1954).
La seconda pellicola (Conflagrazione, tratta da Il tempio del Padiglione d’oro, 1954) concerne ancora il tema del confronto tra la sovrastruttura intellettuale, percepita come esasperata mobilità del sondarsi, documentare, scindere categorialmente i moti interiori, e la bellezza ideale, rivelazione di una impenetrabilità apogeica. L’incessante accostamento fra i due elementi genera nel soggetto la consapevolezza di trovarsi al di là di ogni comunicazione con l’oggetto sul piano ideale, perché la bellezza di cui esso è depositario è insondabile ed inaccessibile. Il dissidio interiore del protagonista, che ripercorre l’archetipica polarità dionisiaco-apollineo, diviene infine estenuante, fino alla fase decisiva, quando il soggetto percepisce che, rinunciando al piano ideale, egli può appropriarsi dell’oggetto, distruggendolo sul piano spazio-temporale. Mi pare qui esplicito esempio che il concetto di bellezza in Mishima può essere emancipato da quello di CORPO, inteso come perfezione delle fattezze umane e delle virtù morali, ed essere testimoniato da una RES.
Infine, Neve di primavera (1966) che – oltre ad essere un quadro impeccabile dal punto di vista storico (per l’inesausta ricerca storico-filologica continuativamente presente in Mishima) – è fondamentalmente un’opera che verte sulla sacralità della bellezza, la cui essenza è ravvisata nel miyabi (grazia curtense). Un elemento culturale che accompagnava Mishima sin dagli anni 1938-1942, quando, al Gakushūin (La scuola dei Pari), aveva fatto parte della Nuova Scuola Romantica.
Evadendo dai tre film (e romanzi) qui in analisi, una testimonianza interessante è data da Chūsei (Medioevo, 1945-46), racconto storico giovanile, che narra dell’invaghimento mistico dello shōgun Yoshimasa (XV sec.) per una tartaruga gigante, che egli crede essere la reincarnazione del defunto figlio Yoshihisa; un’opera breve ma complessa, scandita da un linguaggio aulico e coltissimo, dalla sintassi ricercata che, già di per sé, è esempio concreto del modello estetico mishimiano.
Un racconto sulla bellezza metafisica, che richiama alla mente “Celeste è questa corrispondenza d’amorosi sensi, celeste dote è negli umani” (Foscolo, Dei Sepolcri, 29-31).

(conferenza Considerazioni (dissenzienti) sull’archetipo di bellezza in Mishima Yukio all’Istituto Giapponese di Cultura di Roma , 10 Giugno 2011)