Approfondimenti

5 Giu 2016

GIAPPONE 900

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di Manuela Moscatiello
Dottore di ricerca in Storia dell’Arte del Giappone
Université Paris IV-Sorbonne/Università di Bologna
Collaboratrice del Centro Studi d’Arte Estremo-Orientale

La prima sezione dell’esposizione offre una panoramica dell’arte grafica giapponese del secolo scorso, con particolare attenzione alla produzione del dopoguerra, presentando al pubblico un’accurata selezione di opere della collezione dell’Istituto, in parte inviate dal Giappone alla sua inaugurazione nel 1962, in parte frutto di acquisizioni successive.
In Giappone, in seguito al secondo conflitto mondiale, e al senso di smarrimento e disorientamento che ne conseguì, alcuni movimenti culturali emergenti sentirono la necessità di dar vita a un’espressione artistica autonoma, legata alla propria identità nazionale, e non basata sulla mera imitazione di concezioni estetiche occidentali, con cui sarebbe stato più opportuno instaurare un dialogo di reciproco confronto.
La manifestazione più clamorosa di questo bisogno fu incarnata dal gruppo Gutai (lett. “concreto”), formatosi nel 1954, il cui credo bandiva qualsiasi forma di imitazione, a favore di un’arte nuova, senza precedenti. I suoi giovani rappresentanti proposero un’evoluzione dell’astrattismo, esprimendosi attraverso l’utilizzo di svariati materiali, e preferendo la pratica performativa, eseguita spesso en plein air, da cui emergeva una cifra stilistica pregna di sensibilità giapponese.
Qualche anno prima, nel 1951, nell’ambito dell’Associazione degli artisti democratici (Demokurāto bijutsu kyōkai), ebbe luogo l’incontro di due artisti, Ikeda Masuo (1934-1997) e Ay Ō (1931-), che condivisero sin da subito un’idea sociale dell’arte, e di una sua più ampia diffusione, aldilà dei ristretti circoli elitari. A tale scopo, sulla scia del fenomeno della pop art già esploso in Inghilterra e negli Stati Uniti, essi scelsero quale medium privilegiato la serigrafia, intenzionati ad attingere dalla tradizione estetica del proprio paese. In effetti, sull’esempio delle stampe Ukiyo-e, Ai Ō adotta colori primari, caratterizzati da composizioni a-plat, prive di linee di contorno, come si evince osservando Well Well Well (1974), serigrafia esposta in mostra, in cui la semplificazione delle forme e la ripetitività dell’accesa gamma cromatica ipnotizzano lo sguardo del fruitore, rendendo la sua opera immediatamente riconoscibile.
Negli anni successivi, la stampa conobbe una diffusione sempre più ampia, imponendosi come medium funzionale all’esigenza di progresso e modernizzazione del paese, che iniziò a rivalutarne la qualità estetica, soprattutto in seguito ai primi riconoscimenti ottenuti in ambito internazionale. Tra gli artisti più premiati all’estero, va ricordato Munakata Shikō (1903-1975), la cui xilografia presente in mostra, Buddha con due divinità (1961), costituisce un chiaro esempio dell’incisività e della potenza del gesto, che caratterizzano l’opera di uno degli artisti più rappresentativi del Novecento giapponese.
Intorno alla seconda metà degli anni Sessanta, la scena artistica giapponese si divise essenzialmente in due correnti: la prima, di natura concettuale, poneva al centro della sua poetica l’ “idea”, il “concetto”, mentre la seconda orientava la propria creazione verso un approccio più concreto, prediligendo l’ “oggetto”, ovvero la materia in quanto tale, al “concetto”.
L’arte concettuale giapponese, spesso ingiustamente tacciata di plagio nei confronti delle analoghe correnti occidentali, diede vita a fenomeni culturali di grande interesse, come l’esperienza del gruppo High Red Center (Haireddo-sentā), formato da Takamatsu Jirō (1923-1998), di cui è presente in mostra la stampa dal titolo Scatola prospettiva, Akasegawa Genpei (1937-) e Nakanishi Natsuyuki (1935-), che individuarono nell’immediatezza della performance la forma espressiva a loro più congeniale.
Quanto ai movimenti diretti verso una visione artistica più materialistica, va rilevata la poetica del Mono-Ha (lett. “Gruppo delle cose”), che pose al centro della sua ricerca la “cosa”, vale a dire l’oggetto colto nel suo contesto reale, e non isolato da esso attraverso un’azione rappresentativa. La relazione tra oggetto e ambiente costituì uno dei principali temi del Mono-ha, in particolare del fondatore del gruppo, Lee U-Fan (1936-), artista nato in Corea, ma attivo in Giappone, rappresentato in mostra da un’opera di tecnica mista, intitolata Dall’isola-4 (1989).
L’esposizione comprende anche una stampa di Yoshida Katsurō (1943-1999), artista che mosse i suoi primi passi nell’ambito del Mono-ha, dedicandosi in seguito ad un’elaborazione del mezzo grafico attraverso l’uso della fotografia, come dimostra Londra 3 Mayfair, sintesi di un approccio pragmatico e un’attenta riflessione estetica.
Le stampe sopra menzionate, accanto ad altre opere esposte nelle sale dell’Istituto, e realizzate da alcuni tra i maggiori esponenti del Novecento giapponese, tra cui Kusama Yayoi (1929), Noda Tetsuya (1940-), Hara Takeshi (1942-), testimoniano l’eterogeneità della produzione grafica di un paese deciso ad affermare la propria identità. Esse riflettono inoltre l’intenzione di molti artisti di sperimentare nuove forme espressive, spinti non soltanto dalla curiosità nei confronti delle avanguardie artistiche occidentali, ma soprattutto dal desiderio di esplorare la propria tradizione culturale.

(mostra GIAPPONE900, 21 gennaio-2 maggio 2011)