Approfondimenti

5 Giu 2016

Il cinema di Masumura Yasuzo

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di Maria Roberta Novielli
Docente di cinema e letteratura giapponese, oltre che Delegata del Rettore per le attività di “Ca’ Foscari Cinema”

Al suo esordio dietro la macchina da presa nel 1957, dopo aver trascorso due anni di studio presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e aver lavorato come aiuto-regista per maestri del calibro di Mizoguchi e Ichikawa, Masumura Yasuzo ha subito segnato un fondamentale imprint all’intera cinematografia del suo paese, contribuendo in modo determinante alla svolta stilistica e tematica che hanno reso celebri dagli anni Sessanta registi come Oshima.
I suoi primi tre film, tutti realizzati nello stesso anno, cioè Il bacio (Kuchizuke), La giovane ragazza sotto il cielo blu (Aozora musume) e Correnti calde (Danryu), irruppero sullo schermo con un’inedita energia, interpretando in modo sperimentale le sfumature della società del dopoguerra. Si distinguevano per il ritmo serrato nel montaggio e nei dialoghi, per la selezione di angoli acuti, spesso ripresi dal basso, oltre che per le inquadrature colme di corpi, prepotentemente affermati sull’ambiente, con cui ritraeva vorticosamente personaggi dalla spiazzante modernità: gente comune, spesso di ceti meno abbienti, che animano le immagini nel segno di una quasi totale assenza di toni sentimentali e un “umano” egoismo. Come si può immaginare, la formula da lui selezionata si contrapponeva polemicamente allo stile e ai contenuti delle opere di “grandi autori”, in particolare di Ozu, registi di cui Masumura denunciava, anche attraverso alcuni suoi saggi pubblicati in riviste di cinema, l’incapacità di dar voce alle vere emozioni e desideri, preferendovi atmosfere liriche e piene di convenzioni retoriche, con cui non si esprimeva che un triste segno di rassegnazione verso ciò che riserva l’esistenza.
A ribadire questa sua posizione, nel 1958 realizzò l’opera che lo rese celebre, Giganti e giocattoli (Kyojin to gangu), un’acuta satira del rampante capitalismo giapponese basata sulla concorrenza spietata nell’ambito delle campagne pubblicitarie per il lancio di prodotti dolciari. In questo interessantissimo film, l’autore sottolineava in chiave grottesca un altro aspetto del suo popolo — aspetto positivamente ritratto nelle opere di altri registi —, cioè l’innaturale attaccamento al lavoro dei giapponesi e la cieca accondiscendenza ai modelli derivati dai media.
Nel corso del decennio successivo, il cinema di Masumura si arricchì di nuove caratterizzazioni, concentrandosi su personaggi, in particolare femminili, dall’ego forte, che con orgoglio — spesso attraverso le maglie della violenza — rivendicano la realizzazione dei propri desideri e l’affermazione della propria individualità. E’ dunque la descrizione di donne che non si limitano a sopravvivere in una società in rapida mutazione, ma pretendono a voce alta il diritto di esplorare nichilisticamente la propria natura, al di fuori delle strettoie politiche e sociali. Un messaggio che si pone in attrito con il criterio di sacrificio a cui erano stati chiamati i giapponesi nel dopoguerra, e che prevede invece la presenza di schegge impazzite nel diffuso corporativismo. A rafforzare questa posizione, sono spesso due donne che insieme animano le sue opere, subissando con la loro presenza quella dei personaggi maschili e rendendo ancora più estrema la falla nella società.
Molti dei suoi titoli hanno come protagonista l’attrice Wakao Ayako, un’icona femminile del periodo e bellezza straordinaria, in grado di caratterizzare con forza personaggi sensuali e dominatrici di uomini deboli, nel segno di un desiderio incontenibile. Sue sono le sembianze dell’infermiera Sakura in L’angelo rosso (Akai tenshi, 1966), della giovane amante del triangolo erotico in La croce buddista (Manji, dal romanzo di Tanizaki Jun’ichiro, 1964), della fatale donna tatuata in Il tatuaggio (Irezumi, 1966). Questi film, tutti realizzati alla Daiei, contribuiscono a rafforzare la futura produzione elegantemente erotica che distingue la casa di produzione. L’alto livello di “confezione” di queste opere, forti di una struttura narrativa salda (spesso adattamenti di opere letterarie) e con squisite punte estetiche, hanno reso indimenticabili molti titoli, oggi riconosciuti tra i più alti risultati del periodo: Il falso studente (Nise daigakusei, 1960, dall’opera del Nobel Oe Kenzaburo), Il tatuaggio e L’amore di uno sciocco (anche questi adattati dalle opere di Tanizaki), Mille gru (Senbazuru, da Kawabata, 1969), oltre che uno dei suoi titoli più amati, Bestia cieca (Moju, 1969), ispirato all’opera di Edogawa Ranpo.
Come spesso accade per quanti determinano delle fratture nel trend stilistico cinematografico, il cinema di Masumura è rimasto parzialmente sconosciuto al grande pubblico internazionale. L’occasione di rivalutarne lo spessore offerto ora dall’Istituto Giapponese di Cultura è dunque una rara e preziosa possibilità: ben 18 film in programma, molti dei quali inediti in Italia, per apprezzarne la straordinaria visionarietà e offrirci uno spaccato affascinante del Giappone, ritratto negli anni fondamentali del suo viaggio verso la contemporaneità.

(rassegna Yasuzo Masumura, Retrospettiva, 18 gennaio-21 marzo 2011)