Approfondimenti

5 Jun 2016

E l’arte sfodera la bacchetta magica

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di Arianna Di Genova
giornalista e critico d’arte

I mostri giocosi, quasi impastati nell’argilla, di Ugo Rondinone, accolgono il visitatore con smorfie, sorrisi e digrignamenti di denti. Per la maggior parte delle persone che si trovano a transitare davanti al museo di arte contemporanea di Yokohama sono il perfetto sfondo per una foto-souvenir. Ricordano i grandi idoli dell’isola di Pasqua, feticci di un altro tempo e creature di un altro mondo possibile, abitanti di universi paralleli. E’ questo quindi il biglietto d’ingresso della Triennale 2011, giunta alla sua quarta edizione, dopo il suo battesimo al sorgere del nuovo millennio, dieci anni fa. Una edizione funestata dalla devastazione del terremoto e dello tsunami che si sono abbattuti sul Giappone nel marzo scorso. Un evento catastrofico che ha costretto il paese a riformulare se stesso e a ricominciare da zero, perdendo alcune sue convinzioni “storiche”: la fiducia illimitata nella invincibilità della tecnologia (la rottura della centrale di Fukushima ha fatto ripiombare la popolazione nell’incubo del nucleare già vissuto a Hiroshima e Nagasaki) e nel progresso dell’uomo, immaginato fino a quel momento come un “rispettoso” dominatore della natura. Così la Triennale che la curatrice Miki Akiko ha voluto dedicare a una sconosciuta “ora magica” (Our Magic Hour, How Much of the World Can We Know?) ha finito per prendere la strada della divinazione, trasformandosi in un’occasione profetica, densa di germinazioni future. Il tema affrontato dagli artisti invitati – settantasette di cui molti giapponesi ma non mancano americani e europei, fra gli ospiti c’è anche l’italiano Massimo Bartolini – cerca infatti di indagare fra le pieghe del mistero della natura e per riuscire in questo arduo compito si interroga sulla relazione primaria, quella liaison, spesso piena di insidie, che intreccia indissolubilmente il destino dell’essere umano con quello del suo habitat (la terra in senso lato).
Partita quindi un po’ in sordina, con il peso della tragedia giapponese che gravava su ogni scelta, la mostra di Yokohama ha in realtà indicato un percorso di uscita dal lutto: l’evocazione poetica di tutto ciò che è selvaggio, non domestico, poco avvezzo ad essere imbrigliato in griglie concettuali e meno che mai, razionali. Budget ristretto, nonostante il finanziamento della Japan Foundation, sedi contratte, turismo quasi inesistente, l’arte ha scommesso su se stessa e la grande area portuale, ormai vera e propria propaggine di Tokyo da cui dista una quarantina di minuti, si è risvegliata in piena estate in mezzo a una foresta improvvisata, popolata di eccentrici animali, suoni, immagini sospese e spaesanti. Perché è lo straniamento, lo stupore il fil rouge che attraversa ogni installazione della Triennale. Quasi a voler ri-fondare il mondo, andando a ritroso verso le origini. Due le metafore calzanti che segnano concettualmente questa edizione della kermesse: i due giganteschi ippopotami che nascono direttamente dal fango, scrollandosi la terra di dosso, portati fino in Giappone dal duo anglo-francese Dewar & Gicquel e le donne che spazzano la polvere dal pavimento, vestite di bianco in mezzo al bianco accecante, fantasmi del video di Mircea Cantor (Tracking Happiness, Romania) che cancellano ogni tentazione di stratificazione della Storia. Niente tracce “archeologiche” né reperti del passato. L’ora magica è quella del loop delle origini, la tabula rasa della civiltà che deve riprogrammarsi per continuare a vivere. Corpi animaleschi e spiriti dei boschi, miraggi, illusioni (il diamante vero da ricercare affannosamente in mezzo a milioni di pezzi falsi, luccicanti, disposti in un cerchio-mandala dal cubano Wilfredo Prieto), infine la trance come antidoto alla perdita di identità contemporanea. Il morso della tarantola che genera la danza alterata nel video dell’artista danese Joaquim Koester è un suggerimento esistenziale, così come i numerosi bestiari – rituali, fantastici e mitologici, mostri compresi – che s’incontrano passeggiando per le sale del museo (l’altra sede in cui consumare questa festa dello sguardo è la Bankart). Gli organi che risuonano in mezzo a una impalcatura, chiesa invisibile allestita da Massimo Bartolini più che mistici sono esoterici. E la panchina dalla quale si alza una cortina di fumo che avvolge lo spettatore in una sospesione temporale lattescente, distruggendo ogni coordinata spaziale (la bellissima installazione è di Jeppe Hein) non è altro che un trampolino per il sogno, luogo magnetico per sperimentare la forza del desiderio. Evaporare per rinascere in mezzo agli elementi naturali: sabbia, acqua, aria. E farlo in compagnia di bambini mutanti, foreste che interrompono il grigiore della cementificazione, costellazioni inconsuete, balbettii del linguaggio (il gioco proposto con le uova e quello con le lettere interscambiabili dalla brasiliana Rivane Neueschwander), ticchettio degli orologi sincronizzati sulla finzione di uno schermo (The Clock di Marclay) ma, per magia, anche sul battito della vita vera.