Approfondimenti

5 Jun 2016

Lo shakuhachi

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(in occasione del concerto di shakuhachi con Tadashi Tajima)
Daniele Sestili, etnomusicologo

La tipologia del flauto dritto – di cui lo shakuhachi giapponese è esempio – sembra trovare origine in Egitto, dove è testimoniata già nel IV-III millennio a.C. Da lì, con il passare dei secoli, si sarebbe diffusa verso est per raggiungere – attraverso l’Impero arabo – Iran, India e, infine, l’Asia orientale.
Il vocabolo shakuhachi indica genericamente tutti i flauti dritti giapponesi. Una prima tipologia, detta gagaku shakuhachi e introdotta dalla Cina nel VII secolo, era impiegata nella musica di corte. Divenuta questa obsoleta, una nuova tipologia, nota come hitoyogiri, appare intorno al XIII sec., per poi cadere in disuso anch’essa.
Oggi con la parola shakuhachi si intende un altro strumento ancora, la cui esistenza è attestata solo dall’inizio del XVII secolo. Si tratta dello strumento rituale impiegato dai monaci questuanti della setta Zen definita Fuke. In passato, dunque, tale flauto dritto era noto come Fuke shakuhachi.
Di bambù, lo shakuhachi moderno presenta cinque fori digitali, quattro anteriori e uno posteriore. Tra le dieci taglie esistenti, la più diffusa ha una lunghezza di 54 cm. e produce come nota di base re3. Ha un’estensione di oltre due ottave e mezza; la sua tecnica esecutiva è caratterizzata da specifici elementi, quali il muraiki, emissione violenta del fiato che genera un suono ad altezza indefinita.
Insieme al koto (cetra a tredici corde) e allo shamisen (liuto a manico lungo), tale flauto è stato protagonista della musica del periodo Edo (1603-1867). Infatti, pur se apparso nel contesto buddhista, esso trova diffusione anche in àmbito secolare, sia come strumento solistico che in ensemble con i già citati cetra e il liuto.
Tutt’oggi lo shakuhachi continua ad essere al centro della pratica tradizionale. La due scuole principali sono la Kinko, fondata nel XVIII secolo, e la Tozan, creata nel 1896. Il repertorio si divide tra honkyoku, pezzi sviluppati come forma di meditazione da parte di monaci Zen, e gaikyoku, brani inizialmente esterni al repertorio per shakuhachi.
Già alla fine degli anni Venti, il flauto dritto raccoglie l’attenzione di musicisti che tentano di unire strumenti giapponesi con elementi occidentali. Ne è primo esempio Haru no umi (1929), duo per shakuhachi e koto, composto da Miyagi Michio (1894-1956). Nel 1967 Takemitsu Tōru (1930-1996) scriverà invece November Steps, per shakuhachi, biwa (liuto a manico corto) e orchestra occidentale.