Approfondimenti

5 Jun 2016

Metamorphosis of Japan After the War (Introduzione al catalogo)

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di Marc Feustel
storico della fotografia, curatore

In meno di un ventennio il Giappone è passato da una scottante sconfitta militare allo status di superpotenza economica mondiale. Mentre la storia recente è ben documentata, l’Occidente ha avuto poche opportunità di conoscere la prospettiva giapponese sugli anni del Dopoguerra. Alcuni fotografi tra i quali Araki, Daido Moriyama e Hiroshi Sugimoto hanno acquisito fama in ambito internazionale, dove la conoscenza della scena fotografica giapponese spesso ha inizio con il dirompente fenomeno Provoke, appartenente ai tardi anni Sessanta. Metamorphosis fa riferimento agli anni turbolenti e peculiarmente trasformativi del Dopoguerra in Giappone, allo scopo di offrire un’immagine del paese filtrata dallo sguardo dei più acuti e impegnati fotografi del tempo.

Nelle giornate subito successive alla sconfitta, il Giappone era smarrito in un mondo nuovo e incerto. Il mito della divinità imperiale aveva subito un poderoso scossone e, per la prima volta nella storia, il paese era occupato da una potenza straniera. Il territorio era devastato da quasi un decennio di guerra e languiva profondamente ferito dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Dopo gli anni della propaganda militare e della censura il paese avvertì il bisogno di testimoniare i traumatici eventi della guerra e le loro conseguenze. La fotografia naturalmente ebbe un ruolo cruciale in tale contesto, medium ottimale per ottenere una registrazione visuale “obiettiva”. Il bisogno di rispondere all’esigenza di aderenza ai fatti e verità avrebbe avuto l’impatto maggiore sullo sviluppo della disciplina negli anni immediatamente dopo la guerra.

Grazie al boom dell’editoria dei tardi Quaranta, crebbe la fama dei fotografi già conosciuti. Ken Domon, Ihei Kimura e Tadahiko Hayashi furono molto attivi in queqli anni, impegnandosi nella documentazione degli effetti del conflitto. Come diretta conseguenza dunque, il periodo conobbe l’emergere di un poderoso movimento realista, di cui Ken Domon divenne l’esponente di spicco, fautore del “legame diretto tra camera e soggetto” e “lo scatto assolutamente puro, affatto costruito”. Domon vedeva il realismo “come un metodo per rapportarsi direttamente alla società”, e “una condotta di vita completamente implicata” . Nella prima metà degli anni Cinquanta il movimento per il realismo in fotografia crebbe sensibilmente in notorietà.

Sebbene il fenomeno abbia dominato i tardi anni Quaranta e i primi Cinquanta, alcuni fotografi non aderirono mai completamente all’approccio realistico. All’epoca l’identità nazionale giapponese era stata posta in dubbio dalla sconfitta e dall’occupazione americana. Come reazione, alcuni fotografi rivolsero gli obiettivi ad aree del paese che ancora conservavano la vera “essenza” giapponese. Hiroshi Hamaya, Ihei Kimura e Takeyoshi Tanuma contribuirono alla ricerca dell’identità giapponese con ritratti ottimistici del popolo nipponico, di cui sottolinearono la tradizione nella quotidianità. Tali lavori li resero distanti dal movimento di realismo sociale in auge all’epoca, evocando piuttosto la fotografia umanista francese di Robert Doisneau e Henri Cartier- Bresson.

A metà degli anni Cinquanta cominciarono a manifestarsi nuove tendenze nei circoli fotografici giapponesi, guidate dalle giovani generazioni di autori che avevano intrapreso la carriera di fotografi soltanto dopo la dolorosa esperienza della guerra. Maturatisi in una temperie tesa e in divenire, questi artisti si fecero testimoni della saturazione e del progressivo decadimento del movimento realistico dell’immediato Dopoguerra, e intrapresero la ricerca di nuovi approcci che permettessero un’interpretazione personale dei cambiamenti e un maggiore contributo al dibattito sull’identità nazionale.

Nel 1957 il critico Tatsuo Fukushima curò una dirompente collettiva, Junin no me (L’occhio dei Dieci), in cui riuniva dieci dei maggiori giovani fotografi del tempo, tra i quali Eiko Hosoe, Ikko Narahara, Yasuhiro Ishimoto, Kikuji Kawada e Shomei Tomatsu. Fukushima pensò l’esposizione come” una prosecuzione dei legami con la fotografia classica e la nascita di una nuova” . Anche se di breve durata, il gruppo rappresentava una vasta gamma di differenti approcci fotografici, tutti impregnati di ammirazione per la crescente influenza occidentale in Giappone e impegnati nell’asserzione di nuovi approcci alla fotografia documentaria.

La fotografia giapponese ha attraversato dunque una fase di rinascita e rinvigorimento durante gli anni Cinquanta e i primi Sessanta. Il dinamismo della disciplina nel Giappone postbellico fu parte di un ancora maggiore fiorire artistico che dilagò in altri campi, come il cinema, la danza, il teatro, la letteratura e ancora altre forme espressive. Tale vivacità culturale fu strettamente connessa a una rapida e profonda trasformazione sociale, che può osservarsi nelle opere di Shigeichi Nagano riguardanti la nascita della Tokyo moderna. Le sue immagini documentano la nascita della figura del salaryman, e sono evocative del sentimento diffuso circa il deterioramento del tessuto sociale nazionale a causa dell’incessante ritmo della crescita economica.

Le opere esposte in Metamorphosis rappresentano una riflessione sulla complessità dell’identità del Giappone moderno. Il Dopoguerra fu caratterizzato da stravolgimenti globali e radicali, trasversali a economia e società. Molti dei cambiamenti furono drastici e diedero adito a incessanti interrogativi sull’essenza della giapponesità. Nel catalogo della mostra New Japanese Photography, John Szarkowski notava nel 1974 :”sembra che la fotografia sia idealmente deputata ad avere a che fare con la definizione di cambiamenti rivoluzionari. “ Durante gli anni del Dopoguerra la fotografia giapponese attraversò uno dei periodi più effervescenti della sua intera storia. Sebbene gli artisti di Metamorphosis abbiano approcci fotografici radicalmente diversi e talvolta opposti, sono tutti accomunati dal desiderio di sciogliere quesiti fondamentali sull’essenza del Giappone.
Spero che il lavoro di questi artisti continui ad essere esposto e fruito, naturalmente in Giappone, ma anche in Occidente, attraverso immagini che danno vita a uno straordinario periodo di lotta, umana e sociale, sullo sfondo di un insuperabile impegno artistico e culturale.

(mostra METAMORPHOSIS il Giappone del dopoguerra 20 ottobre 2011-14 gennaio 2012)