Approfondimenti

5 Jun 2016

Mostra “Il Tohoku Artigiano”

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(in occasione della mostra Il Tohoku Artigiano)
di Matilde Mastrangelo

La Mostra sull’Artigianato del Tōhoku ha il merito considerevole di riportare all’attenzione del pubblico il contributo artistico di una regione molto ampia e ricca di storia, di cui di recente abbiamo letto e visto soprattutto il difficile momento che sta attraversando. La Mostra non intende naturalmente mettere in secondo piano la realtà, ma azzardare l’accostamento tra la purezza e la bellezza artistica al Tōhoku di oggi, unione che potrebbe essere avvertita come un ossimoro, ma che invece esplicita perfettamente il senso di ricchezza che l’umanità può creare.
L’esibizione comincia con un omaggio all’operato degli artisti del Mingei undō, del suo fondatore Soetsu Yanagi, e degli altri collaboratori diventati famosi nel mondo, come Kanjiro Kawai, Shoji Hamada, Keisuke Serizawa, Shiko Munakata. Il loro intento di raccogliere e riprodurre l’artigianato del Tōhoku, e soprattutto prendere spunti artistici da esso, aveva un valore allora, diventato oggi ancora più significativo.
Ho trovato perfettamente calzante, trattandosi di artigianato, l’istallazione pensata dall’Istituto Giapponese di Cultura nella quale più che ai periodi o agli artisti si fa riferimento all’abilità manuale che hanno in comune i pezzi esposti. Dopo l’accoglienza a cura delle opere del Mingei undō, si incontra la sezione più colorata, che serve a ricordare appunto la vivacità che caratterizza spesso l’artigianato, soprattutto quando si tratta di oggetti usati in occasioni di feste e giochi, come per gli aquiloni, o i kokeshi, oggetti che conoscono oggi una certa diffusione, ma sui quali non tutti sanno che esistono scuole legate alle regioni di appartenenza degli artigiani, differenze che caratterizzano uno stile o un maestro, opere insomma sulle quali varrebbe la pena fare delle esposizioni dedicate. Abbiamo poi la sezione delle lacche (nuru, verniciare) in cui spiccano ciotole per sake e per il cibo, insieme a una scatola per conservare la carta per scrivere, che quindi rende molto bene l’idea della lacca fondamentale per abbellire un oggetto ma anche per renderlo impermeabile e resistente, e al conseguente utilizzo che essa può avere nel tramandare l’arte. Segue la sezione dedicata alla ceramica (koneru, impastare) che sintetizza l’idea giapponese di opera artistica in cui colore, forma e funzionalità devono trovare un equilibrio sottile, delicato ma evidente. Sono queste le vetrine che fanno tornare alla mente immediatamente, in un attimo, la fragilità che nel marzo 2011 ha sconvolto il Tōhoku. La parte di esposizione dedicata ai prodotti ricamati e lavorati (sasu, infilare) ci offre delle opere molto rare da ammirare in Italia, anche se la moderna moda giapponese ce li fa sembrare già visti. Con le vetrine dedicate ai tessuti disegnati e tinti (someru, tingere; oru, tessere) abbiamo un esempio di come l’artigianato era spesso a servizio di una classe molto lontana da coloro che producevano le opere, ma questo iato viene subito colmato dalla sezione successiva, (amu, intrecciare) nella quale ammiriamo oggetti di uso agricolo, così belli nella forma e nella leggerezza che di sovente sono serviti come modelli per lo sviluppo del moderno mondo dell’interior design. Le ultime opere sono esempi di come la mano dell’uomo può piegare e lavorare il legno (mageru, curvare; haru, incollare), fino a renderlo duttile ma lasciandone intatta la robustezza e la consistenza. Tra gli oggetti spiccano un contenitore per il tè, elemento essenziale della cultura giapponese, e un’altra scatola, che come per l’esemplare della sezione dedicata alla lacca nuru, doveva contenere e proteggere un’altra ricchezza della natura, la carta, in un chiaro messaggio ecologico che il Giappone ha capito, vissuto e comunicato da sempre.
Parte dell’artigianato esposto non viene più prodotto, o ha subito ingenti danni nel disastro del marzo 2011. Tuttavia, è proprio attraverso l’arte che qualcosa può considerarsi ancora in vita, a testimonianza delle tradizioni e della cultura di una regione; se l’arte resiste, il ricordo del passato sarà vivo e potrà per sempre suscitare emozioni.
Infine, vorrei soffermarmi su un’ultima riflessione che mi è venuta in mente visitando la Mostra “Beautiful Handicrafts of Tōhoku, Japan”. Alcune opere inserite nell’esposizione sono ben note a noi frequentatori più che ventennali del Bunka kaikan; le abbiamo sempre potute ammirare come fossero oggetti quotidiani, quasi un “nostro” artigianato d’acquisizione, o le abbiamo viste nelle mostre tenutesi in questi anni. Se questo è stato possibile, è grazie al fatto che il Bunka kaikan ha sempre rappresentato nelle forme migliori la cultura giapponese, permettendoci oggi di sentire come parte del nostro bagaglio culturale un piatto in ceramica di Hamada o una stampa di Munakata, e quindi di considerare l’artigianato del Tōhoku come il “nostro” artigianato, e non solo per il coinvolgimento emotivo che la regione suscita nel visitatore.