Approfondimenti

5 Giu 2016

Le prime raccolte d’arte giapponese in Italia

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di Mayumi S. Koyama
storico dell’arte,responsabile scientifico della collezione d’Arte Orientale del Museo Civico d’Ivrea “P.A. Garda”

Si tratta delle origini del collezionismo di arte giapponese tradizionale, dalle prime opere che raggiunsero l’Italia agli albori della moda dell’esotismo alla fine del XVI secolo, fino alla creazione delle raccolte più consistenti, della fine del XIX secolo, quando il Giappone, dopo secoli di chiusura, si riaprì al mondo e quando si ebbe la maggior diffusione del fenomeno che oggi conosciamo come Giapponismo. È utile individuare e distinguere tre periodi storici specifici che hanno avuto una loro propria dinamica e identità storica.

Il primo periodo
Questo periodo ebbe inizio con l’arrivo delle prime due ambascerie giapponesi in Europa e in Italia, del 1585 e del 1615 e terminò con la definitiva chiusura del Giappone del periodo Edo. Per quanto riguarda lo stile di queste opere esso è chiamato Namban (ovvero degli europei) e si esaurì attorno alla metà del Seicento.
Le piccole navi di allora, per raggiungere l’Italia dal Giappone e viceversa, dovevano avventurarsi in lunghi e rischiosi viaggi che duravano anche più di due anni e i pochi oggetti che arrivavano erano esclusiva di pochi privilegiati quali: papi, re, principi, cardinali, e nobili. Erano prevalentemente oggetti religiosi, mobili, bauli, paraventi, contenitori e altri oggetti di forma europea, realizzati in lacca decorata con figure d’alberi, fiori e uccelli in polvere d’oro, argento e madreperla.
Una raccolta poteva allora contare al massimo una decina di pezzi, ma tanto bastò a catturare l’interesse delle élites italiane e europee.

Il secondo periodo
Quando il governo feudale giapponese Bakufu attuò la politica del completo isolamento del Paese nel 1639, i semi del gusto “esotico” erano già germogliati in Europa e, paradossalmente, la febbre della curiosità non si quietò ma, anzi, si accrebbe ancora più, grazie al fatto che la mancanza di contatti diretti accendeva il desiderio di possedere qualcosa proveniente da questo lontano Paese. Per tutto il periodo dell’isolamento di Edo solo a poche navi olandesi fu consentito di attraccare all’isolotto artificiale di Dejima a Nagasaki per un limitatissimo scambio commerciale. I pochi oggetti che arrivarono in Europa sostennero questa fantasia della nobiltà e si cercò di ricorrere alla tecnica europea, integrando uno stile estremo-orientale, per allestire interi locali di gusto esotico nel palazzi reali di tutta Europa. In Italia ricordiamo: Firenze, Roma, Napoli, Torino e Palermo.
Una raccolta poteva contare allora qualche decina di pezzi originali, prevalentemente lacche e porcellane. Non bastando le opere originali a soddisfare la richiesta, fu avviata una produzione occidentale di imitazione. Di questo periodo sono A Treatise of Japanning and Varnishing di J. Stalker e G. Parker, pubblicato a Oxford nel 1688 e il Trattato sopra la vernice detta comunemente cinese di Filippo Bonanni del 1720.

Il terzo periodo
Attorno alla metà dell’Ottocento si ebbe il declino e poi la caduta del potere del governo feudale giapponese Bakufu. La progressiva riapertura dei contatti diretti con l’Occidente corrispose alla grande ondata del Giapponismo che colpi l’Europa a partire dal 1850, per culminare attorno al 1880. Si trattò questa volta di un fenomeno di grande portata, che attraversò e scosse tutta la cultura occidentale. Ad esempio, appassionò Van Gogh e l’arte giapponese influenzò profondamente gli altri pittori impressionisti e l’Art Nouveau. Tra i collezionisti italiani ricordiamo:
• Il borghese Pier Alessando Garda, che acquistò in Europa la sua raccolta al tempo delle grandi Esposizioni Universali tra il 1860 e il 1874, aprendo al pubblico e donando a Ivrea già nel 1876 un Museo giapponese con il suo nome, che contava diverse centinaia di pezzi;
• il mercante di bachi da seta Pompeo Cesare Mazzocchi tra i primi italiani che a partire dal 1865, durante i suoi 15 viaggi in Giappone, acquistò direttamente alcune centinaia di oggetti, oggi conservati nel piccolo museo con il suo nome a Coccaglio, vicino a Brescia;
• il conte Giovanni Battista Lucini Passalaqua, a Yokohama, durante il suo viaggio in Oriente tra il 1867 e il 1872, raccolse alcune centinaia di opere, poi donate al Museo del Castello Sforzesco di Milano;
• il patriota e banchiere Enrico Cernuschi, in Giappone e Estremo Oriente tra il 1871 e il 1873; che raccolse svariate migliaia di opere giapponesi, oggi a Parigi al Musée Cernuschi;
• i tre noti oyatoi-gaikokujin italiani, consiglieri stranieri del Governo giapponese assunti nel 1875-76: per la pittura Antonio Fontanesi, per la scultura Vincenzo Ragusa, la cui raccolta è conservata presso il Museo Entnografico Pigorini di Roma, e, soprattutto, per la stampe Edoardo Chiossone, a lungo vissuto e morto in Giappone nel 1898, che in testamento donò la sua ricca raccolta di molte migliaia di oggetti a Genova, dove sono conservati nel museo con il suo nome;
• il principe Enrico di Borbone, in Giappone nel 1887-89, che acquistò circa 30 mila pezzi, soprattutto armi e oggetti dell’aristocrazia militare, oggi al Museo Orientale di Ca’ Pesaro a Venezia.

Le raccolte, favorite in quel momento dalla grande disponibilità di opere in Giappone, arrivarono a contare decine di migliaia di oggetti: lacche, porcellane, bronzi, armi, pitture, tessuti, stampe e tutto quello che ancora oggi ritroviamo nei maggiori musei giapponesi italiani e internazionali che furono aperti a partire da quegli anni.

(conferenza Le prime raccolte d’arte giapponese in Italia, 14 marzo 2011 )