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5 Giu 2016

Sankyoku, musica da camera della tradizione giapponese

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di Daniele Sestili
etnomusicologo, docente di Etnomusicologia dell’Asia presso il dipartimento di Studi Orientali, Università Sapienza, Roma

Tra i numerosi generi della musica tradizionale, il cosidetto sankyoku, lett. “composizione per tre (strumenti)”, è forse quello più intimamente connesso allo sviluppo dei centri urbani nel periodo Edo (1603-1867).
Si tratta del principale repertorio per l’ensemble strumentale formato da liuto shamisen, cetra (1) koto e flauto shakuhachi. Quest’ultimo, raramente, può essere sostituito dal kokyū, uno strumento della famiglia delle vielle (2).
I brani eseguiti da tale trio si sono sviluppati da pre-esistenti repertori specifici dei singoli strumenti. In particolare: il jiuta, ovvero il canto accompagnato dallo shamisen tipico dell’area del Kansai, il sōkyoku, repertorio solistico per koto o per voce e koto, e il corpus solistico dello shakuhachi. All’uopo, sia il/la citarista che il/la liutista possono fungere anche da cantanti.

GLI STRUMENTI
koto
Tale cetra è munita di 13 corde, tradizionalmente di seta, ma oggi anche di nylon o tetron, pizzicate con unghie artificiali. Lo strumento ha una lunghezza di 180-190 cm. ed è costruito con legno di kiri (paulownia imperialis).
shamisen
Lo shamisen è un liuto a manico lungo munito di tre corde di seta, queste pizzicate con un grosso plettro. La lunghezza complessiva dello strumento varia da 82 cm. circa a un metro. I legni preferiti per la costruzione sono gelso, sandalo, melo cotogno e sequoia, mentre il piano armonico è costituito da pelle di gatto o cane.
shakuhachi
La parola shakuhachi (3) indica complessivamente la tipologia dei flauti dritti. Lo strumento moderno è costruito con bambù del tipo madake (phyllostachys bambusoides) e presenta cinque fori digitali, quattro anteriori e uno posteriore. Lo shakuhachi vanta una ricca gamma di tecniche esecutive, finalizzate ad ottenere intervalli microtonali e variazioni timbriche.

kokyū
Tale rara fidula è munita di tre o quattro corde di seta, sfregate con un lungo arco. L’aspetto del kokyū ricorda, in scala ridotta, lo shamisen.

LO STILE E L’ESTETICA
In linea di massima, i brani del sankyoku si sviluppano a partire da un melodia di base, generalmente enunciata dallo shamisen, mentre gli altri due strumenti ne eseguono contemporamente delle variazioni. Per descrivere tale impianto si usa un suggestivo paragone, secondo il quale lo shamisen costituisce le ossa, il koto la carne e lo shakuhachi la pelle della musica sankyoku.
La variazione simultanea della stessa melodia è detta eterofonia e trova la sua ragione d’essere nel precipuo gusto giapponese per la ricchezza timbrica. La bellezza di un brano di sankyoku risiede proprio nei differenti ‘strati’, melodici e timbrici, generati dai singoli strumenti. In particolare lo shakuhachi, o il kokyū, che possono produrre lunghe note tenute, enfatizzano la peculiare tavolozza timbrica.

CONTESTO STORICO
Nel 1562, il sanshin, strumento a corde della famiglia dei liuti, viene introdotto dalle isole Ryūkyū, attuale prefettura di Okinawa. Il liuto okinawano, a sua volta filiazione del cinese sanxian, gradualmente adattato alle esigenze locali, divenne uno degli strumenti preferiti nel contesto urbano, con il nome appunto di shamisen.
Gli altri due strumenti che dominano la scena musicale cittadina del periodo Edo, sono di più antica consuetudine d’uso nell’arcipelago.
Il koto è l’esito dell’adozione di uno strumento cinese, lo zheng, importato nell’VIII secolo. Differenti repertori per koto sono stati sviluppati da tre grandi maestri: Yatsuhashi Kengyō (1614-1685), Ikuta Kengyō (1655-1715) e Yamada Kengyō (1757-1817).
Lo shakuhachi, la cui versione moderna appare all’inizio del XVII secolo come strumento rituale di monaci questuanti zen, trova gradualmente diffusione anche in àmbito secolare urbano.
La più antica testimonianza della pratica del sankyoku può essere identificata nel manuale noto con il nome di Shichiku shoshinshū (1664): qui, però, un flauto dritto più antico tiene il futuro posto dello shakuhachi; risale invece al 1782 un’immagine che rappresenta il trio formato da koto, shakuhachi e shamisen.

NOTE
(1) Con ‘cetra’ si indica un cordofono in cui non si distinguono un manico e una cassa, ma il cui corpo principale è costituito essenzialmente da una tavola. Da tale specifica morfologia deriva il nome ‘cetra a tavola’, con cui si indica una famiglia di strumenti tipica dell’Asia orientale: al koto giapponese si affiancanoe infatti lo zheng cinese e il kayagŭm coreano.
(2) La denominazione ‘fidula’ indica una famiglia di strumenti a corde simile a quella dei liuti pizzicati, le cui corde sono però messe in vibrazione con un arco. Un esempio tipico, nella nostra cultura, è quello del violino.
(3) L’etimologia del termine shakuhachi sembra far riferimento alla lunghezza della taglia più usata del tipo moderno. “Shakuhachi” sarebbe la forma abbreviata di isshaku hassun, ovvero uno shaku (= 30 cm.) e otto sun, dove un sun corrisponde a tre cm, per un totale di 54 cm.