17 Feb 2020

DA TOKYO 1964 A TOKYO 2020: COME SONO CAMBIATI IL GIAPPONE E L’ASIA ORIENTALE

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martedì 25 febbraio 2020 ore 18.30
CONVEGNO in lingua italiana

ingresso libero
è gradita la registrazione al sito: https://forms.gle/9fxkQZBYDFPY4rKZA

co-organizzato da
Istituto Giapponese di Cultura e ISAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie)

in collaborazione con
Ambasciata del Giappone in Italia

 

 

 

Oltre 50 anni di storia separano le due Olimpiadi di Tokyo; dal boom economico degli anni ‘60, alla crisi globale di inizio XXI secolo, il panorama economico, sociale e politico del Giappone e dell’intera regione dell’Asia orientale ha subìto profondi mutamenti, oggetto di confronto tra i relatori. Partecipano: Antonio Fiori (Università di Bologna), Felice Farina (Università “L’Orientale”, Napoli), Claudia Astarita (Istituto di Studi Politici, Parigi) Modera: Marco Valerio Lo Prete (RAI).

 

PROGRAMMA

SALUTI ISTITUZIONALI

Uchikawa Akihiko
(Vice Capo Missione Ambasciata del Giappone in Italia)

Nishibayashi Masuo
(Direttore Istituto Giapponese di Cultura in Roma)

Francesco Brunello Zanitti
(Direttore scientifico IsAG – Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, Roma)

PANEL
DA TOKYO 1964 A TOKYO 2020: COME SONO CAMBIATI IL GIAPPONE E L’ASIA ORIENTALE

MODERA
Marco Valerio LO PRETE
(Giornalista RAI)
INTERVENGONO

Felice Farina
PhD Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”
Tra internazionalismo e nazionalismo:
storia dei giochi olimpici in Giappone

Claudia Astarita
Istituto di Studi Politici, Parigi
Tokyo 2020: un modello giapponese
per il Secolo Asiatico

Antonio Fiori
Università di Bologna
Lo sport come elemento di rivalità nel nordest dell’Asia

a seguire
DIBATTITO CON IL PUBBLICO

 

CONTENUTO DEGLI INTERVENTI / PROFILO DEI RELATORI

Tra internazionalismo e nazionalismo: storia dei giochi olimpici in Giappone

Con l’assegnazione dei Giochi estivi della XXXII Olimpiade, Tokyo si appresta a diventare la prima città asiatica a ospitare l’evento sportivo per la seconda volta e, includendo anche i giochi invernali, è la quarta volta che il Giappone riesce ad ottenerne l’organizzazione, dopo quelli del 1964 a Tokyo, del 1972 a Sapporo e del 1998 a Nagano. È interessante sapere che dal 1930 il Giappone si è candidato dodici volte a ospitare i giochi, vincendo cinque, se si considerano anche i giochi del 1940 cancellati a causa della guerra. Questo vuol dire che negli ultimi novant’anni il Giappone si è quasi ininterrottamente impegnato nella preparazione di dossier olimpici o nella organizzazione dei giochi. Le ragioni dietro il persistente interesse del Giappone nei confronti della manifestazione sportiva risiedono non solo nella capacità di generare investimenti, di aumentare i turisti o di promuovere il proprio paese, ma hanno avuto spesso a che fare con il ruolo che l’arcipelago ha avuto nell’arena internazionale e nazionale. Se le olimpiadi del 1940, le prime assegnate a un paese non-occidentale, furono sfruttate come mezzo di propaganda per giustificare l’espansione sul continente asiatico, attraverso la retorica del Giappone come paese “liberatore dell’Asia”, quelle del 1964 servirono a presentare al mondo un paese in piena crescita economica e tecnologicamente avanzato, che si era finalmente ripreso dalle devastazioni della guerra, ma ancor di più simboleggiarono la riammissione del Giappone nella comunità internazionale, secondo l’immagine del “paese amante della pace” (heiwa kokka). In questo intervento, ripercorreremo la storia dei giochi olimpici in Giappone, ponendo l’attenzione sugli sforzi del Giappone nel ridefinire la propria identità nazionale e internazionale attraverso i giochi e fornendo alcuni spunti per una riflessione sui Giochi olimpici di Tokyo 2020 e il ruolo internazionale del Giappone.

Felice Farina (Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”)
Dall’agosto 2019 è assegnista di ricerca presso il Dipartimento Asia, Africa e Mediterraneo dell’Università di Napoli “L’Orientale” e si occupa di storia politica e diplomatica del Giappone contemporaneo. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Asian Studies presso lo stesso ateneo su una tesi riguardo al ruolo del cibo nella politica estera giapponese del dopoguerra. Ha vissuto quattro anni in Giappone in qualità di research student presso l’Università Keiō di Tokyo e l’Università di Kyoto.

Tokyo 2020: un modello giapponese per il Secolo Asiatico

Le Olimpiadi di Tokyo del 2020 daranno al Giappone tantissima visibilità. In Asia e non solo, le aspettative sull’evento sono notevoli. Alla base di questa rinnovata attenzione per ciò che succede nei territori del Sol Levante non c’è soltanto l’interesse per l’evento sportivo in sé, quanto una sensibilità particolarmente marcata per l’impatto politico e le possibili ricadute geopolitiche ad esso associato. In un contesto regionale in cui la posizione cinese si fa sempre più assertiva e preoccupante, i prossimi Giochi Olimpici rappresentano per Tokyo un’occasione importante per scrollarsi di dosso l’immagine di paese in difficoltà per poi (ri)attribuirsi quella di nazione economicamente e politicamente solida, all’avanguardia e con una chiara visione geopolitica di lungo periodo. Questo intervento parte dal presupposto che Tokyo 2020 vada considerato un evento finalizzato a far capire al resto della regione non solo quanto il Giappone sia ancora in grado di giocare un ruolo determinante al suo interno, tanto sul piano politico quanto su quello economico e tecnologico. L’intervento si propone altresì di approfondire le cause dell’attuale raffreddamento delle relazioni tra Cina e Giappone, per capire se le cause di quest’ultimo possano essere individuate nei prodromi di quella che sembra emergere come una nuova competizione regionale tra le due principali potenze dell’Asia.

Claudia Astarita (Istituto di Studi Politici, Parigi)
Lecturer a Sciences Po Lyon e Non-Resident Fellow presso l’Asia Institute di The University of Melbourne. È ricercatrice presso il Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS) dal 2011, responsabile dell’area Asia Orientale dell’Osservatorio Strategico. Scrive approfondimenti sull’Asia per Panorama e ha lavorato per molti anni come ricercatrice a New Delhi, Hong Kong e Melbourne. Ha un dottorato in Studi Asiatici (The University of Hong Kong).

Lo sport come elemento di rivalità nel nordest dell’Asia

Lo sport ha avuto un’enorme rilevanza nella storia dell’uomo sin dall’antica Grecia. Più di recente, tra il tardo XIX secolo ed in particolare nel XX, lo sport ha cominciato a rappresentare una componente critica anche nell’azione dei governi, che spesso hanno politicizzato gli eventi sportivi a proprio vantaggio. La grande popolarità che gli eventi sportivi hanno progressivamente assunto ha fatto sì che i governi prendessero ad incorporarli nelle più consuete pratiche di politica estera. Due esempi importanti sono rappresentati dalla Guerra Fredda e dalla fine dell’apartheid in Sudafrica. I governi hanno altresì cercato, attraverso lo sport, di dare maggiore profondità al proprio sentimento di identità nazionale e alle proprie relazioni internazionali; come dichiarato dallo storico dello sport Patrick McDevitt, “lo sport organizzato è divenuto un fenomeno globale secondo nelle sue dimensioni probabilmente solo al capitalismo industriale”. Attraverso il processo della globalizzazione, infine, le nazioni sono diventate sempre più interdipendenti e, spesso, hanno utilizzato lo sport al fine di consolidare i propri rapporti diplomatici. D’altro canto, lo sport può essere considerato in senso moderno come un efficace indicatore dei timori, politici e geopolitici, di un paese. Nella regione di nordest del continente asiatico lo sport è andato caratterizzandosi, in maniera sempre più significativa, come strumento atto a promuovere un forte sentimento nazionalistico. La rivalità tra i grandi paesi inseriti geograficamente in questa regione – Repubblica Popolare Cinese, Giappone e Repubblica di Corea – continua ad essere alimentata dalle fratture createsi nel passato, tra cui l’occupazione nipponica della penisola coreana ed il secondo conflitto sino-giapponese. Di conseguenza, una delle caratteristiche preminenti del nazionalismo cinese e sudcoreano è senz’altro rappresentato dalla antipatia nei confronti del Giappone. Questo contributo mira ad esaminare la rivalità tra le tre grandi potenze asiatiche attraverso la lente fornita dai principali eventi sportivi degli ultimi due decenni, cercando di far leva sull’uso di tali eventi come manifestazioni di risentimento e vendetta che trovano la propria origine nelle dispute del passato.
Antonio Fiori (Alma Mater Studiorum Università di Bologna)
Professore associato di Storia e Istituzioni dell’Asia presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, dove insegna International Relations of Asia. Dal 2015 è anche adjunct professor presso la Korea University di Seoul. È stato visiting fellow presso lo United International College di Zhuhai (RPC), lo East -West Center di Honolulu (USA), e il Kyujanggak Institute for Korean Studies (Seoul National University, Seoul, Repubblica di Corea). Presso l’Università di Bologna ricopre attualmente la carica di Delegato del Rettore per le Relazioni con l’Asia e l’Oceania e di Coordinatore del Corso di Studi magistrale in International Politics and Markets. Tra le sue più recenti pubblicazioni si segnalano: Il Nido del Falco. Mondo e Potere in Corea del Nord (Le Monnier, 2016); The Korean Paradox Domestic Political Divide and Foreign Policy in South Korea (co-edito con M. Milani e M. Dian – Routledge, 2019); e The Sino-African Relationship (capitolo scritto con S. Rosen, contenuto nel volume Soft Power With Chinese Characteristics. China’s Campaign for Hearts and Minds, Routledge, 2019).

Marco Valerio Lo Prete (RAI)
Dopo la laurea in Scienze Politiche conseguita presso la LUISS “Guido Carli”, entra a lavorare nella Redazione del quotidiano Il Foglio (marzo 2009), dove è prima stagista, poi praticante, redattore dell’Economia, coordinatore del desk Economia e poi, dal 2015, vicedirettore. Ha collaborato per oltre 5 anni con Radio Radicale e svolto attività di studio presso la University of British Columbia e la Melbourne University. Autore con Antonio Golini del libro Italiani poca gente. Il paese ai tempi del malessere demografico (LUISS University Press). Da gennaio 2017 è giornalista RAI.